Carissimi, questa è l’ultima lettera che vi scrivo come parroco. Come ormai sapete, qualche mese fa l’ispettore mi ha chiesto la disponibilità per andare a vivere una nuova esperienza di missione salesiana nell’opera di San Salvario qui a Torino: l’educativa di strada, i due oratori e la comunità per minori stranieri non accompagnati saranno i nuovi ingredienti della mia vita da inizio settembre. Ho accettato con sereno spirito di obbedienza, consapevole che quando dici di si a Dio non possono che aprirsi scenari inediti in cui poter continuare a sperimentare la sua Grazia. Si, perché il Signore prende quel poco che sappiamo fare e lo moltiplica li dove c’è più bisogno. Basta solo avere il coraggio di fidarsi di Lui per vedere il miracolo manifestarsi in noi!

La missione salesiana che ho svolto all’Agnelli in questi ultimi otto anni è consistita essenzialmente non tanto dagli incarichi ma nel vivere di continui incontri fra persone, da questi incontri sono nati nuovi gruppi, in questi gruppi abbiamo sperimentato la gioia del mettersi a servizio, gratuitamente, con lo stile di Don Bosco, in mezzo ai ragazzi, in mezzo alla gente! La testimonianza di donazione che ho sperimentato in molti di voi mi ha sostenuto nelle difficoltà, mi ha spronato a cambiare e a fare meglio, mi ha trasmesso meraviglia, mi ha aperto gli occhi non facendomi mai smettere di sognare. Se guardo indietro, nel cammino che abbiamo percorso insieme come comunità vedo tanti bei miracoli! Il miracolo di un cortile ripopolato di ragazzi e di famiglie si è realizzato grazie alla disponibilità di tempo, sogni e passione di tantissimi animatori durante tutto l’anno. Il miracolo del restauro della nostra bella chiesa parrocchiale si è manifestato nel momento in cui moltissime persone hanno deciso di “adottarne” un pezzetto sentendolo più loro, ognuno si è scelto un mattone e ora quando veniamo a Messa questi muri e queste volte non solo raccontano una storia ma raccontano anche la nostra storia e allora entri e ti senti a casa. La stessa medesima cosa è avvenuta per il nostro cortile: se la chiesa è il cuore di un’opera, il cortile ne è lo “snodo”: in cortile arrivi, dal cortile parti, in cortile ritorni sempre, perché il cortile così come è nato nel cuore di Don Bosco, accoglie, educa, stupisce, ti sfida, ti manda in crisi, tira fuori il meglio che c’è dentro di te, ti spinge oltre le tue capacità insegnandoti l’inedito, crea storie di vita… e le storie di vita condivise con molti di voi proprio in questo cortile, sono state il miracolo ancora più bello e grande! Grazie perché permettendomi di fare un pezzo di cammino con voi, condividendo e confidando l’ordinario, mi avete permesso di assistere a tutto questo straordinario fatto di regali inaspettati e condivisi. Vuoi liberare le mani della creatività di Dio e vedere il miracolo? Affidati a lui e prova a dire insieme a me: “Ho un dono, te lo dono!”. 

Parto sereno, sapendo che quello che è stato seminato, un giorno, quando meno te l’aspetti, germoglierà e lo farà non certo per merito tuo ma per il miracolo della vita che continua a perpetuarsi nel tempo e nello spazio in una comunità che vive, cresce, genera sempre e solo insieme. Una comunità che cammina in questo mondo continuamente amato da Dio nonostante le tante difficoltà e imperfezioni, ma non dobbiamo fissarci su queste, servirebbe solo a depistarci dalla meta: le difficoltà si affrontano e si superano chiedendo una forza speciale a Dio perché da soli non possiamo fare nulla…

Parto sereno, sapendo che chi mi succederà porterà avanti anche lui meglio che può la missione, con i suoi cinque pani e due pesci, e se sbaglierà lo “corrigerete” così come avete fatto con me.

Se posso darvi un consiglio ancora, permettetemi, tanto ormai mi conoscete: non giudicatelo prima di conoscerlo bene e personalmente; all’inizio fidatevi e poi abbiate il coraggio di fare il primo miglio insieme; non tentate di comandarlo o di pilotarlo per ottenere chissà quale fama, gloria, potere… quei tempi sono finiti da un bel pezzo… morti e sepolti nella tomba dell’ipocrisia e dell’ignoranza di comunità cristiane che nel tempo hanno perso di credibilità e che oggi hanno le porte chiuse, i muri cadenti, l’erba alta e secca e nei cortili c’è solo silenzio! Quel modo di fare blocca le mani di Dio e niente più miracoli.

Concludo con un “kintsukuroi”. Per chi non sapesse cosa fosse: quando una ciotola, una teiera o un vaso di ceramica cadono a terra frantumandosi in mille cocci, noi li buttiamo con rabbia e dispiacere. Eppure c’è un’alternativa, una pratica giapponese che fa l’esatto opposto: evidenzia le fratture, le impreziosisce e aggiunge valore all’oggetto rotto. Si chiama kintsugi (金継ぎ), o kintsukuroi (金繕い), letteralmente oro (“kin”) e riunire, riparare, ricongiunzione (“tsugi”). Rompendosi, la ceramica prende nuova vita attraverso le linee di frattura all’oggetto, che diventa ancora più pregiato. Grazie alle sue cicatrici. L’arte di abbracciare il danno, di non vergognarsi delle ferite, è la delicata lezione simbolica suggerita dall’antica arte giapponese del kintsukuroi (金繕い). Ogni pezzo riparato diviene unico e irripetibile, per via della casualità con cui la ceramica si frantuma e delle irregolari, ramificate decorazioni che si formano e che vengono esaltate dal metallo. Con questa tecnica si creano vere e proprie opere d’arte, sempre diverse, ognuna con la propria trama da raccontare, ognuna con la propria bellezza da esibire, questo proprio grazie all’unicità delle crepe che si creano quando l’oggetto si rompe, come fossero le ferite che lasciano tracce diverse su ognuno di noi.

Abbiamo vissuto insieme momenti molti belli, ma abbiamo dovuto anche attraversare notevoli difficoltà e non mi riferisco soltanto a quest’ultima fatica della Pandemia sapete? Sono state ferite personalmente molto dolorose ma le abbiamo affrontate insieme e curate insieme e oggi mi piace ricordarle come venature d’oro zecchino in un vaso finalmente riparato, penso che questa sia la più bella definizione del Sacramento del Perdono.

Concludo davvero: Gramellini scrive: “Ogni capolavoro umano deve la sua immortalità

al nucleo di entusiasmo intorno al quale è stato costruito. I capolavori sono attraversati da un’energia

che anche la mente più semplice riesce a percepire”. Allora ringrazio il Signore perchè ho assistito a tanti miracoli, ho visto ragazzi e adulti mettere a disposizione i loro pochi pani e due pesci, li ho ammirati come tanti capolavori umani, alcuni ancora allo stato grezzo, altri già completati e pronti a condividere il dono… Ho scommesso su di loro… Ringrazio il Signore perchè quando arrivi allo stremo della fatica, ti accorgi che hai fatto tutto il possibile e che il resto lo farà il buon Dio e allora ti affidi e ti FIDI… Ringrazio il Signore per ognuno di voi: con il proprio carattere, con la propria storia, con la propria sensibilità, con i propri doni unici e irripetibili… avete saputo donare tanto a queste vecchie quattro mura. Un oratorio ha bisogno di gente così: creativa, capace, come diceva Cervantes di “sognare sogni impossibili, capace di lottare contro nemici invincibili”, gente capace di sognare di “raggiungere delle stelle anche se queste non si raggiungeranno mai”! Scusate se su molti fronti ci siamo spinti un po’ al limite, fa parte dei tanti difetti del mio carattere che grazie al cielo avete imparato ad accettare a ad amare, ma io non so vivere la vita in modo diverso, perché forse in fondo la vita va vissuta così: come diceva Giovanni Palo II “La vita è un’onda di stupore, un’onda più alta della morte! Non abbiate paura mai”. L’alternativa è la noia totale, l’assenza di obiettivi e prospettive, l’apatia che distrugge troppi giovani ancora oggi. Ricordatevi: “Vivi solo se ardi”. Dio si commuove ogni volta che vede una creatura donarsi e quando questo capita, moltiplica all’infinito le sue potenzialità facendole vivere un’esperienza che va al di là dei confini umani. La traduzione di questa esperienza è l’Amore, quello vero! Quello che hanno vissuto i Santi. Una passione così vera e sincera che donarsi non è più un peso ma diventa una necessità: ti senti ardere il cuore nel petto! Il cammino non è finito, questa è solo un’altra tappa e poi si ricomincierà a viaggiare. Sepulveda diceva: “Viaggia solo chi osa farlo”. Ligabue cantava: “Sono sempre i sogni a dare forma al mondo”. Don Bosco ci ha insegnato a portare avanti “l’ordinario in modo straordinario” vivendo sempre “Come acrobati verso il cielo”. Perché mi piace tanto questa frase? Perché parte dalla strada e porta in Paradiso! In mezzo ci siamo noi ogni giorno, in equilibrio su quella corda che tentiamo di non cadere. Si, ridete pure, avete ragione: parla di equilibrio lo squilibrato?! Ebbene si: me lo prendo come proposito per evitare di fare impazzire le nuove persone con le quali condividerò un nuovo pezzo di strada insieme. C’è sempre tempo per crescere e convertirsi a tutte le età. Grazie davvero di cuore per tutto! Quando un sacerdote celebra l’Eucarestia porta sull’altare tutti, ma proprio tutti, quindi sappiate che ci siete anche voi già da molto tempo…

Se vi capita, dite un’ave Maria, ogni tanto, a caso, per me, perché il Signore mi metta una mano sulla testa e mi guidi nel cammino ovunque questo mi condurrà.

Semplicemente, grazie di cuore!

Don Gianmarco Pernice

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