Si era attorno all’anno 740 a.C. a Gerusalemme, in una residenza appartata, si spegneva il re Ozia, era stato colpito dalla lebbra, malattia che costringeva a vivere totalmente isolati dalla società. In quello stesso anno, un sacerdote, di nome Isaia, appartenente all’aristocrazia della città santa, mentre celebrava il culto nel tempio, aveva avuto una straordinaria visione, un’esperienza mistica. Gli era apparsa la corte celeste e, al centro, il re, il Signore degli angeli e delle stelle, il Creatore dell’ universo intero. All’improvviso, di fronte al terrore di Isaia, un angelo, con un molla di quelle che si usano per i camini,  aveva preso dall’altare dei sacrifici, un carbone incandescente e glie lo aveva accostato alle labbra, quasi a toglierne le impurità e le frasi inutili. L’atto simbolico era illuminante: Isaia era stato chiamato ad essere profeta: ovvero, un uomo capace di tradurre le parole di Dio, un uomo la cui parola non proveniva più da se stesso, dalle sue idee, ma direttamente da Dio.

La sua opera, 66 capitoli, 16930 parole ebraiche, è altissima poesia e i capitoli che la liturgia ci ha proposto di meditare in questo tempo di Avvento in preparazione al Natale hanno sempre avuto un tema costante: la nascita attesa di un re diverso dal sovrano Acaz che era succeduto a Ozia, un re sicuramente più giusto e fedele, un segno della presenza divina in mezzo al suo popolo. Un Messia. Per questo motivo c’era così tanta attesa, per questo motivo Erode aveva così paura, per questo motivo Giuseppe e Maria arrivano a comprendere l’incomprensibile, si fidano e si affidano.

Isaia usa diverse metafore per parlare di questo re-Messia: un germoglio spunterà dal tronco di Iesse. Quando il vecchio tronco di un albero sembrava morto, ecco spuntare un nuovo germoglio, imprevedibile, inaspettato, che ridona speranza per la vita stessa dell’albero. Su questo piccolo, debole, fragile, germoglio, riposa il vento di Dio con tutti i suoi doni: saggezza, intelligenza, forza, conoscenza, timore del Signore, giustizia nel giudicare, decisione nell’agire, fedeltà.

Un’altra metafora, l’abbiamo sentita poco fa: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. Una luce che irrompe nelle tenebre della notte, rischiara il cammino e indica la via.

Il Messia-germoglio di cui parla Isaia è l’inizio della nuova creazione, che riguarda prima di tutto la nostra dimensione personale. Dentro di noi, Gesù Cristo, può nascere come germoglio nuovo, come vita apparentemente debole, fragile, ma ricca dei doni dello Spirito. Sapienza, intelligenza, fortezza, consiglio, prudenza e ancora capacità di perdono, di accoglienza dell’altro, di giustizia nei giudizi, capacità di attesa, una pazienza ricca di speranza…e i miracoli accadono. Siamo noi che spesso non riusciamo a vederli…

Dentro di noi in questo Natale può accadere il miracolo di un Dio che nasce come luce nella notte. Un Dio che trasforma la nostra vita, che dà speranza alle nostre sofferenze più laceranti…perché ha deciso di camminare con noi, di soffrire con noi; un Dio che illumina le nostre vite spesso oscurate dal peccato…un Dio che dona luce e la luce non ci fa più né inciampare né cadere; un Dio capace di tenerezza e di stupore: un bambino che nasce nella povertà di una grotta, in una situazione precaria, quasi priva di logica umana, un bambino che nasce in una situazione famigliare complessa che ha quasi dell’assurdo, è il segno della vita che ricomincia sempre, nonostante tutto! Il segno della vita che vogliamo far rinascere in noi in questo Natale, unico, assurdo, speciale, essenziale. Il termine essenza, secondo la concezione aristotelica, significa “ciò per cui una certa cosa è quello che è, e non un’altra cosa”.

Allora lo ricorderemo così l’anno 2020, l’anno in cui l’intero pianeta visse una Pasqua e un Natale autentici! L’anno in cui in una frazione di secondo cambiò tutto. Tutto fermo: bloccati, paralizzati, dentro e fuori, in una sorta di limbo che ci costrinse ad entrare in noi stessi per aggrapparci all’essenziale, si proprio quell’essenziale che è invisibile agli occhi.

Eravamo abituati a lamentarci perché volevamo sempre qualcos’altro… o essere qualcun altro… ma ora qualcosa è cambiato, il Signore ridonandoci l’essenziale, chiama anche noi ad essere profeti del nostro tempo, anche noi incarnati in una storia e, proprio come Isaia, ascoltando la sua voce, possiamo esserne portatori credibili e credenti. Prestiamo a Dio le nostre labbra e le nostre mani perché questo Natale ci faccia scoprire quello che siamo realmente: ovvero luce per noi stessi e per gli atri consapevoli che dentro di noi sta maturando il germoglio vivo di una pianta nuova carica di frutti: Gesù Cristo nostro Signore unica nostra vera speranza.

Il vostro Parroco

Don Gianmarco Pernice

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