La Veglia Pasquale è la celebrazione più importante e più solenne di tutta la chiesa, anche se essendo entrata nella tradizione cristiana in modo molto recente dagli anni 50, non tutti sentono l’importanza di questa notte rispetto ad un’altra notte che invece sentiamo molto importante che è quella del Natale. Ma in realtà questa è veramente la madre di tutte le notti e la madre di tutte le Veglie. Al centro della liturgia c’è un segno semplicissimo e straordinario: il passaggio dal buio alla luce che è il singolo più evidente della resurrezione di Gesù che lascia le tenebre del sepolcro e della morte e lascia queste tenebre una volta per tutte, non solo, ma queste tenebre saranno lasciate anche da noi, anche la nostra vita passerà dalla luce alla resurrezione esattamente come il corpo di Gesù, il corpo di Gesù, la persona integrale di Gesù.

La liturgia celebra essenzialmente questo: il passaggio dalla morte alla vita.

Quest’anno non si può celebrare la benedizione del fuoco ma solo l’ingresso trionfale del cero acceso nell’assemblea che dev’essere un’assemblea al buio e gradualmente le nostre chiese saranno rischiarate proprio da questa luce del cero che è il simbolo di Gesù Risorto. Poi la celebrazione eucaristica durante la notte procede diciamo così come al solito, anche se la liturgia della parola è molto lunga. Ci sono sette letture che cantano tutti i passaggi dalla morte alla vita che hanno caratterizzato il popolo di Israele: dalla creazione fino alle visioni profetiche dei corpi morti che vengono rivitalizzati dallo spirito santo. Poi due grandi testi, l’epistola di Paolo ai Romani e il Vangelo della Resurrezione, quest’anno il Vangelo di Matteo. Questi due testi cantano proprio la vita di Gesù che riprende.

Quali sono poi i segni concreti che questa vita riprende? I sacramenti della chiesa.

In modo particolare il battesimo e la celebrazione eucaristica. Infatti nella notte Santa si celebrano i battesimi, soprattutto i battesimi degli adulti, quelli che sono passati dalla notte del non conoscere Gesù Cristo e il suo Vangelo e il nostro essere figli del padre, a prendere coscienza invece di questa fondamentale realtà della nostra esistenza. Dalla resurrezione di Gesù scaturiscono i sacramenti: il battesimo e poi l’Eucarestia. Certamente non si possono celebrare i sacramenti se non abbiamo la fede.

Ed ecco dunque che nella notte Santa noi rinnoviamo solennemente la nostra fede. Quest’anno sempre per motivi prudenziali si farà solamente questo segno di rinnovare le promesse battesimali: cioè noi vogliamo avere questa Fede che ci fa prendere coscienza che noi risorgeremo e che tutta la nostra vita è immersa nella morte e della resurrezione di Gesù di Nazaret. I nostri gesti prendono significato nella misura in cui diventano pieni di quella Grazia ma anche di quella Gloria che è stata di Gesù di Nazareth crocifisso e risorto.

Certamente un suggerimento più che ottimo potrebbe essere accendere una candela in casa, sotto la croce però, perché la resurrezione è sempre frutto della donazione del calvario. Non c’è un risorto che non abbia alle spalle la croce. A volte siamo un po’ tentati di voler solo la resurrezione senza l’esperienza proprio anche del Golgota: il triduo Santo che è unità ci fa prendere coscienza essenzialmente di questo. Una candela accesa sotto la croce, una cosa molto buona, recitare poi il credo insieme soprattutto prendendo coscienza che noi risorgeremo come corpo così come è risorto Gesù ma direi anche trovarci a tavola il giorno di Pasqua con una tonalità particolarmente festosa. Curare bene la tavola, essere attenti alle esigenze degli altri, alla gioia degli altri, all’allegria degli altri . Su questo la nostra spiritualità salesiana ci viene veramente in soccorso: noi siamo gente di festa ci suggeriva Don Bosco. Ma questa festa si radica proprio nella festa per eccellenza che è la festa della Resurrezione.

Allora curare anche la tavola il giorno di Pasqua, magari ecco con un qualche piatto più buono, una maggior cura anche dell’arredo delle nostre tavole: questo ci fa prendere coscienza di come possiamo stare molto felici vivendo quella realtà così quotidiana che è il nostro nutrirci. Dunque preghiera e vita ad un certo punto si intersecano costantemente in modo da non ricondurre solo la nostra esperienza di fede o la nostra esperienza religiosa ad una parentesi delle nostre giornate ma a portare la fede proprio nel concreto, nel quotidiano. Più io celebro bene la liturgia, più tutta la mia vita anche quella normale ordinaria, in un certo senso, si trasforma e ne guadagna in qualità.

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