La Pastorale Giovanile dei Salesiani del Piemonte, Valle D’Aosta e Lituania, ci aiuta in questo triduo “da casa” a vivere meglio le celebrazioni con alcuni spunti e riflessioni. Qui il testo e il video di don Christian Besso, salesiano, rettore della Basilica di Maria Ausiliatrice.

“In modo particolare il Giovedì Santo la chiesa ci invita nel tardo pomeriggio a celebrare la messa in cena domini, letteralmente “nella cena del Signore”, facendo una memoria viva, un’esperienza memoriale di quel gesto straordinario di Gesù che è stato celebrare la Pasqua secondo la ritualità ebraica ma questo rito di Gesù è stato potenziato dal dono della Croce. Gesù celebrando quella cena ebraica gli ha dato un significato nuovo: il dono della sua vita.

E straordinariamente ai tempi del Signore e anche durante celebrazione eucaristica del Giovedì Santo non c’è semplicemente “una celebrazione come quelle delle nostre domeniche” in cui noi spezziamo il pane consacriamo il vino e facciamo comunione con questi alimenti santificati dopo aver ascoltato la parola, ma in quel giorno lì viviamo un gesto straordinario che è quello della lavanda dei piedi. Colui che presiede la celebrazione a nome di tutta la chiesa lava i piedi ad un gruppo di fedeli proprio perché Gesù ha fatto così. E questo segno che purtroppo quest’anno però la Conferenza Episcopale Italiana suggerisce giustamente di non fare per motivi così prudenziali e igienici, questo gesto è davvero potremmo dire la chiave interpretativa del Giovedì Santo. Se noi celebriamo la messa ma poi non ci rendiamo disponibili ad essere servitori umili accoglienti di chi ci vive intorno proprio come Gesù ha fatto con i suoi discepoli si potrebbe, dire che quella celebrazione dell’Eucarestia è molto contraddittoria. Banalizza il suo senso più profondo. Celebrare la morte e resurrezione di Gesù e poi non amare come ha amato lui, non ha davvero senso.

Allora il profumo è sicuramente il profumo del pane consacrato ma è anche il profumo di chi serve i suoi fratelli e lo fa donando tutta la vita. Infatti alla fine della celebrazione del Giovedì Santo si forma, quest’anno però non la potremmo vedere perché anche questa è stata consigliata di non farla, una piccola processione che ha il carattere se vogliamo anche della festa e della solennità, accompagna il pane eucaristico custodito in un particolare contenitore (la pisside) verso quello che l’altare della Reposizione, cioè un luogo preparato a parte rispetto al luogo ordinario della celebrazione, dove viene custodito il pane dell’Eucarestia fino alla celebrazione del giorno seguente.

Questo perché la Chiesa vuole sempre più prendere coscienza di quel dono preziosissimo che è il pane consacrato, la comunione, che è per soprattutto gli ammalati e lontani, coloro che sono in difficoltà ma è anche per tutti i fedeli che dopo aver fatto comunione, mangiando il pane consacrato, possono continuare ad adorare e sostare in preghiera silenziosa, grata, riconoscente di fronte al pane dell’Eucarestia.

E’ sempre molto importante avere un luogo delle nostre abitazioni o delle nostre camere in cui c’è un segno bello perché vero, del nostro essere cristiani. Allora io direi che sotto quella che può essere la croce ordinaria che abbiamo nelle nostre camere, è importante che sia una bella croce, non una croce un pò banale, si potrebbe aprire la sacra scrittura al capitolo 13 del Vangelo di Giovanni, proprio la lavanda dei piedi e iniziare e magari concludere la giornata, leggendo con calma questi 17 versetti con questi 7 verbi del lavare in piedi da parte di Gesù che sono un’azione accurata, precisa, la carità non può mai essere banale, ha bisogno di un surplus di attenzione.

Dopo aver letto il Vangelo, magari, si potrebbe prendere un piccolo proposito: quello di vivere i pasti in quella giornata di giovedì santo in un modo nuovo. Cosa significa: spesso quando noi ci sediamo a tavola con i nostri genitori, con i nostri amici, siamo preoccupati di mangiare noi. Potrebbe essere molto bello in quella giornata lì invece quando ci sediamo a tavola, aiutare innanzitutto gli altri a nutrirsi con attenzione con significato, con bellezza, valorizzando della tavola, non semplicemente il “io mangio io” ma “il mangiamo noi” e l‘ora dell’essere attenti ai ritmi e ai tempi degli altri alle esigenze degli altri, a come in fondo il nostro mangiare ha un significato doppio nella misura in cui mi rendo conto che non lo faccio da solo per nutrire me stesso ma diventa il mangiare un luogo davvero di profonda comunione. Per certi versi l’Eucaristia non è solo questo ma è anche questo, un condividere, un essere attenti ai tempi, alle esigenze, ai bisogni, alle debolezze, alle gioie di chi sta con noi.

Nel nuovo benedizionale si dice che i segni di benedizione non sono esclusivi del presbitero. Quando vengono fatti da un prete o da un diacono hanno una forte valenza cristologica: ma ciascuno di noi può dire bene di Dio e ringraziare Dio per i doni che ha ricevuto. Chiaramente un papà e anche una mamma, il primo grande dono che hanno ricevuto da parte di Dio è la fecondità e la loro famiglia. Quindi se un papà o una mamma benedicono il Signore per il fatto che la famiglia si trova insieme e si nutre di questo pane che rimanda anche ad un pane più ricco ancora spiritualmente che è quello dell’Eucarestia, sicuramente non solo non fa una cosa che non va bene ma fa una cosa che fa molto bene perché rinnova nella coscienza che cosa: che Dio è all’origine della nostra vita. Tutti i doni che noi abbiamo hanno una radice che è quella appunto del Signore: e che vengono riletti questi doni dalla vita di Gesù. Tutto ciò che riporta la nostra fede alla sua origine e ci fa diventare un po’ più credenti è certamente virtuoso e da consigliare.”

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