Carissimi, Dopo essere passati dal deserto delle tentazioni, saliti al monte della Trasfigurazione, affacciati sull’orlo dell’antico pozzo di Sicar, aver gustato la luce di Gesù in compagnia del cieco nato e il dono della vita nuova con Lazzaro e le sue sorelle, ora siamo arrivati alle porte della Santa Settimana. Quest’anno non possiamo avere gli ulivi stretti tra le mani, ma ascoltiamo il racconto dell’ingresso trionfante di Gesù a Gerusalemme e incamminiamoci con la folla e i discepoli a varcare le mura della città santa. Chissà quante attese trasudano dal cuore dei discepoli e quali sogni di gloria e di potere albergano nelle fantasie dei dodici! Sanno che Gesù è messia, hanno contemplato più volte la sua regalità, ma ancora non sanno che essa si svelerà in una forma inaudita e sovversiva.

E’ vero: Gesù è re, ma è un re che sovverte le attese e capovolge le logiche di potere. E’ un re che entra a “prendere possesso” della capitale terrena del suo Regno, Gerusalemme, non con un cocchio regale trascinato da eleganti destrieri, ma con un asinello dato in prestito. E’ un re che tra il tradimento di Giuda e l’annuncio del rinnegamento di Pietro, dona tutto se stesso nel pane spezzato e nel calice della nuova alleanza. E’ un re che si spoglia delle sue vesti, prende un asciugamano e tra gli sguardi sbigottiti dei presenti si mette in ginocchio e inizia a lavare i piedoni zozzi dei dodici. E’ un re fragile e indifeso come ogni uomo. E’ un re solo, abbandonato dai suoi amici. E’ un re senza trono e senza scettro, nudo e irriconoscibile, appeso a una croce. E’ un re che ha bisogno di un cartello per essere riconosciuto: “Costui è Gesù, il re dei Giudei” (v.37.)
L’evangelista Matteo colloca al cuore di questa regalità capovolta, al centro dello scandalo della Croce, il germoglio della vittoria, l’intervento di Dio: il velo del tempio si squarcia, la terra trema, le rocce si spezzano e i sepolcri si aprono e molti corpi risuscitano. L’evangelista anticipa nell’evento della Croce la potenza della resurrezione, l’esplosione della vita nuova. Come Marco anche Matteo ricorda che i soldati pagani riconoscono che il Crocefisso è il Figlio di Dio. Il velo cade. Dio non è più irraggiungibile o nascosto.

Dio è lì, appeso per amore alla Croce e in questa infinita distanza tra la sua rivelazione e la nostra attesa, avviene il riconoscimento.
Non i discepoli o la folla dei seguaci, nemmeno le donne, ma un centurione e quelli che con lui facevano la guardia alla Croce, riconoscono in Gesù Crocefisso il Figlio di Dio. La settimana che oggi iniziamo, così grande, così importante da essere chiamata “santa”, è il gioiello dell’anno liturgico, una perla troppo spesso dimenticata da noi cristiani, a vantaggio di feste forse più sentimentali ma intrise di riletture consumistiche. Qui no. Un morto in croce non si vende, non suscita sentimenti di bontà. Si parla poco e male di questo Dio che sale sulla croce e muore. Rimane difficile da capire il mistero di una tomba vuota e del significato profondo della parola “resurrezione”. Così è: la Chiesa si ferma stupita a meditare sulla misura dell’amore di Dio. Fermi, zitti, Dio si prepara a morire, Cristo celebra la sua presenza nell’ultima Pasqua, la nuova, è arrestato, condannato, ucciso, sepolto, vive.

Oggi più che mai possiamo e dobbiamo trovare del tempo per fermarci, per allungare lo sguardo oltre quel velo squarciato e per squarciare pure le nostre resistenze e le nostre zavorre. Lasciamoci condurre dal ritmo della liturgia per contemplare la passione di Gesù e arrivare pronti ad accogliere l’annuncio del Risorto.

     Il vostro Parroco

Don Gianmarco Pernice

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