Carissimi, Nel segno dell’acqua è tutta la Parola di questa terza domenica: l’episodio di Massa e Meriba in Esodo, richiamato dal Salmo 94(95), ma anche il brano della lettera ai Romani, che non cita l’acqua ma, affermando l’accesso alla grazia mediante la fede, va oltre, agli effetti durevoli, al definitivo spegnimento della sete per chi accoglie l’acqua viva di Cristo. Tra la prima lettura e il Vangelo c’è un fortissimo “parallelismo evolutivo”: nel deserto l’amore provvidente di Dio – provvidente e tanto paziente verso un popolo che, liberato dalla schiavitù, si lamenta a ogni avversità arrivando a rimpiangere le catene d’Egitto! – spegne la sete fisica e rafforza così la fiducia di Israele nel momento del dubbio (“Il Signore è in mezzo a noi sì o no?”); a Sicar Gesù si rivela come il Messia, portatore di un’acqua viva che, in chi la beve, zampillerà per la vita eterna. Lo fa in un dialogo serrato con la donna Samaritana, punteggiato da stoccate reciproche, da un iniziale scetticismo sarcastico della donna, cui Gesù risponde con evidente ammirazione per la sua forza e la sua determinazione. Gesù tanto si rattrista per la durezza dei cuori, quanto simpatizza con le persone decise, purché oneste e aperte al confronto.

Viene spontaneo pensare, ad esempio, a ciò che dice di Natanaèle, “ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità”, che pure inizialmente oppone a Filippo un pregiudizio verso Gesù, chiedendo se mai da Nazaret possa venire qualcosa di buono (cfr. Gv 1, 45-47). A questo dialogo fa da contrappunto lo stupore dei discepoli, che, sopraggiunti, si meravigliano al vedere il Maestro che parla con una donna. E’ una meraviglia proiettiva: la loro sovrastruttura culturale tradizionale li porta a ritenere, e forse a desiderare, che il Rabbi sia coerente a essa. Ma hanno già cominciato a capire che Gesù, pur non distruggendo, rivoluziona dall’interno la tradizione e la Legge, quindi si tengono per sé la loro meraviglia e prudentemente non commentano e non fanno domande. Perché Giovanni sente il bisogno di annotare questo dettaglio? Proprio per mostrare che è in corso un processo di radicale rinnovamento, in cui la novità del contenuto si rivela anche nella novità dello stile, della scelta degli interlocutori, dell’accoglienza all’inusitato. Qui c’è il dialogo con una donna, per di più Samaritana. Altrove (Mt 15, 21-28; Mc 7,24-30) incontriamo la Cananea, che con la sua umile ma salda insistenza porta Gesù ad accogliere l’universalità della propria missione (Gesù, vero uomo, impara a riconoscersi pienamente come il Figlio di Dio mandato a tutta l’umanità anche dalle esperienze e dagli incontri che fa).

Nel dialogo con la Samaritana compare anche il tema della pratica religiosa e della devozione, tema che oggi – dopo un periodo di apparente eclisse – è tornato alla ribalta con effetti, talora, di contrapposizione anche netta tra i credenti: “I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare”. La donna porge la questione dopo aver riconosciuto in Gesù “un profeta”: si aspetta, quindi, una parola di verità che dirima. E la parola le viene e c’è data: “Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. (…) viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità”. L’eterno è nella storia, la storia dell’umanità e quella di ciascuno di noi, la intesse di sé, la indirizza al suo fine superando di slancio le nostre rigidità culturali e cultuali. Ed è di fronte a questa evidenza che la Samaritana riconosce a Gesù l’upgrade decisivo: cita la venuta del Messia perché inizia a sospettare che il “profeta” possa in realtà essere il Messia stesso, e Gesù glielo conferma. L’acqua viva e nuova comincia a fare il suo effetto. Se viva e nuova è l’acqua, vivo e nuovo è anche il cibo: ai discepoli che lo esortano a mangiare Gesù replica: “Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera”. Non c’è qui tanto l’ascesi, quanto la dedicazione totale della vita alla missione affidata dal Padre. Entro questa dedicazione restano l’acqua da bere e il cibo da mangiare nella vita terrena, perché l’opera di Dio non è, e non potrebbe essere, disincarnata.

Proprio questo ci interpella con potenza: l’adesione alla Parola che salva, la sete per l’acqua che zampilla per la vita eterna si traducono in un ri-orientamento totale della nostra vita, o i due percorsi procedono paralleli, con qualche punto d’incontro come in uno scambio ferroviario, passato il quale i binari tornano a separarsi pur correndo vicini?

  Il vostro Parroco

Don Gianmarco Pernice

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