Carissimi, La trasfigurazione sul monte Tabor è una delle poche teofanie narrate nel Vangelo in cui è anticipata da Gesù la resurrezione. Il brano liturgico, infatti, termina con Gesù che rimanda tutto alla resurrezione dei morti, anche se Pietro, Giacomo e Giovanni, gli allievi diremmo migliori o i più intimi, non capirono quest’affermazione. Andiamo però per ordine: nella liturgia si fa sempre richiamo a “in quel tempo”, perché è un tempo preciso in cui è accaduto quel particolare avvenimento, infatti, se guardassimo il Vangelo ci parla di sei giorni dopo. I sei giorni dopo fanno riferimento all’annuncio di Gesù della sua morte con conseguente reazione negativa da parte di Pietro e degli apostoli. Gli apostoli spesso sono quelle persone che non riescono a comprendere le novità che Gesù sta portando. I sei giorni possono essere però anche un rimando alla manifestazione del Signore sul monte Sinai quando la nube rimase appunto per tale tempo (Es, 24-16). Oppure i sei giorni possono far riferimento a quelli che separavano la festa dell’espiazione da quella delle capanne (Lv 23, 39-43). Insomma Gesù sta compiendo la Sua missione in ciò che il Padre ha sempre predisposto per il suo popolo.

La storia della salvezza si sta compiendo e gli apostoli fanno fatica a capire, Gesù porta la novità nella storia senza cambiarla ma compiendola. Ecco che allora questo momento intimo, nel silenzio, sul monte, all’ascolto di Dio (noi oggi diremmo in ritiro spirituale), è occasione, per i tre, di vivere con Gesù un anticipo della gloria che lo aspetterà, ed è interessante vedere come Gesù voglia condividere con loro questo momento quasi come a dire che anche a loro, come a noi, sarà riservato questo trattamento in virtù, non dei nostri meriti, ma per il dono che ci vuole offrire. L’esperienza, quindi, è definita talmente bella e unica che avanza una richiesta: fare delle tende per rimanere lì ad assaporare e gustare il più a lungo possibile questo momento da immortalare. Anche nella nostra vita accade che quando viviamo dei momenti belli che vorremmo non finissero mai, vi è la presenza Dio che parla al cuore e lo rende felice perché ci chiede semplicemente di ascoltare e di seguire l’unica cosa che conta nella nostra vita: l’amore, che in Gesù si fa persona. Dio cioè si fa prossimo. Prossimo ai nostri bisogni, ai nostri desideri, alle nostre fragilità e alle nostre sofferenze che si trasformano in gioia di vivere nonostante tutto!

     Il vostro Parroco

Don Gianmarco Pernice

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