Dopo la concitata giornata di ieri e la notte passata su internet per tenermi aggiornato sulle disposizioni di chiusura dell’oratorio in tutte le sue attività, del catechismo, la chiusura del Cinema e anche la sospensione di tutte le attività teatrali, leggendo le notizie sempre più sconcertanti di quanto sta accadendo, sono venuto in Chiesa rassegnato di dover celebrare la Messa un po’ solo soletto e invece, con stupore, ad accogliermi, c’era una chiesa mezza piena di fedeli: adulti, anziani, qualche operaio della fiat, anche alcuni operatori sanitari venuti per pregare, per ricevere in dono il Signore e per chiedere la forza di portarlo tra la gente attraverso la testimonianza della speranza vissuta anche in tempi come questi che rispetto ad altre parti del mondo non sono certo drammatici ma sicuramente difficili!

Diversamente dalle disposizioni di altre regioni, il Vescovo di Torino ci concede il permesso di celebrare la santa Messa con i fedeli perché in tempi come questi è necessario affidarsi a Dio anche comunitariamente per chiedere la forza a lui e per darci forza tra di noi come comunità, come famiglia: sostenerci gli uni con gli altri.

Questa è per noi una grande benedizione e un dono coraggioso!

Mai come questa mattina ho sentito forte il valore del dono ricevuto di poter celebrare l’Eucarestia. Quando elimini lo scontato ti accorgi veramente del valore inestimabile di quello che hai e che potresti perdere.

Che bella la fede della gente dunque! Ne sono rimasto profondamente edificato. Mi hanno dato l’esempio e tanta speranza.

Ieri sera provando ad immedesimarmi in quei sacerdoti che in altre regioni d’Italia  sono stati costretti a celebrare in streaming con la chiesa deserta mi è venuto in mente l’episodio di Don Camillo che, durante l’alluvione del Po, mentre i suoi concittadini sono rifugiati sugli argini e vengono aiutati a sfollare, li incoraggia con una favolosa Omelia.

Don Camillo ha appena finito di celebrare messa e dispone gli altoparlanti in modo che i suoi fedeli possano ascoltare al di là del fiume. E dice così: «Fratelli sono addolorato di non poter celebrare l’ufficio divino con voi, ma sono vicino a voi per elevare una preghiera nell’alto dei Cieli. Non è la prima volta che il fiume invade le nostre case, un giorno però le acque si ritireranno ed il sole ritornerà a splendere. E allora la fratellanza che ci ha unito in queste ore terribili, con la tenacia che Dio ci ha dato, ricominceremo a lottare perchè il sole sia più splendente, perchè i fiori siano più belli e perchè la miseria sparisca dai nostri Paesi e dai nostri villaggi. Dimenticheremo le discordie e quando avremo voglia di morte cercheremo di sorridere così tutto sarà più facile e il nostro Paese diventerà un piccolo paradiso in terra. Andate fratelli, io rimango qui per salutare il primo sole che porterà a voi lontani, con la voce delle nostre campane, il lieto annuncio del risveglio».

Poi mi sono ricordato che sul principio dell’agosto 1854 scoppiò in Torino il colera. Don Bosco l’aveva preannunziato, e già fin dal mese di maggio aveva detto ai suoi giovani:

– Quest’anno ci sarà il colera a Torino, e vi farà grande strage; ma se voi farete ciò che vi dico, sarete salvi.

– E che cosa dobbiamo fare?

– Prima di tutto, vivere in grazia di Dio; poi, porta­re al collo una medaglia che io benedirò e darò a tutti, e recitare un Pater, Ave e Gloria ad onore di S. Luigi.

I casi di colera salirono ben presto a cinquanta al giorno. In tre giorni superarono i 1400. La regione più afflitta fu quella di Valdocco, ove si trovava appunto l’Oratorio; e mentre molte famiglie furono interamente distrutte, dei giovani e del personale dell’Oratorio nessu­no fu menomamente toccato, quantunque una gran parte si fossero offerti di andare ad assistere i colerosi nelle case e nei lazzaretti.

Don Bosco, andava loro ripetendo: «Se non fare­te peccati, io vi assicuro che nessuno sarà toccato », e capitò veramente così.

Nella Messa di questa mattina assieme ai fedeli riunitisi, ho pregato per le persone che soffrono a causa di questo virus e per colpa di tante altre malattie ancora più gravi. Abbiamo pregato per tutti gli operatori sanitari che in prima linea, oggi come sempre, non hanno paura di affrontare le situazioni più difficili ma con coraggio e con l’aiuto di Dio svolgono il loro lavoro con passione e dedizione. Abbiamo pregato, infine e soprattutto, per chi è stato colpito dal virus della paura, dell’odio, dell’indifferenza, della menzogna a scopo di interesse… perché….«Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera».

Che bella la fede dei miei parrocchiani! Che non smettono mai di darmi il buon esempio continuando a pregare…

Il vostro parroco

don Gianmarco Pernice

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